Villa Imperiale

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L’incantevole Villa Imperiale nel Parco San Bartolo

Fu costruita a partire dal 1530 c., per incarico di Francesco Maria I Della Rovere ed Eleonora Gonzaga, da Girolamo Genga per assolvere le esigenze più tipiche del vivere in villa delle corti rinascimentali. La nuova fabbrica, viene ad affiancarsi alle preesistente villa sforzesca che in questo medesimo periodo verrà restaurata dallo stesso Genga ed adibita, prevalentemente, a funzioni domestiche.

Caratteri distribuitivi

L’impianto dell’imperiale è estremamente complesso. La villa si articola infatti in quattro livelli terrazzati che si adattano all’orografia del colle e sono contenuti da una solida cortina muraria. Ogni livello presenta una superficie diversa che aumenta proporzionalmente all’innalzarsi della quota del colle. I due livelli posti alle quote più elevatesono occupati quasi esclusivamente dai giardini; sono dunque l’anticamera “obbligata” per chi accede alla villa dall’ngresso posto verso il bosco. Il terzo e il quarto livello costituiscono il corpo di fabbrica “abitabile”. In realtà Villa Imperiale non nasce con pretese residenziali o funzionali ma come luogo di svago e divertimento. Solo avendo presente quanto appena detto si spiegano le inversioni lessicali compiute da Genga. Esemplificative a questo riguardo sono l’ubicazione delle stanze rispetto all’orografia del colle; la realizzazione di corridoi sghembi; la planimetria inconsueta delle stanze (circolare, ottagonale). Il tutto orchestrato per creare situazioni inaspettate, quindi la sorpresa.

Rapporto villa paesaggio

L’ingresso dal bosco e il sistema di percorsi sia verticali che orizzontali sono gli elementi che meglio esprimono il legame esistente fra villa e paesaggio. La totale Indipendenza fra percorso e luogo da raggiungere che caratterizza il sistema interno della villa, fa tornare alla memoria la casualità che contradistingue, planimetricamente i boschi. La struttura stessa della villa, con il suo svelarsi a poco a poco, mostra la volontà del progettista di instaurare con il paesaggio un rapporto di simbiosi e non una prevaricazione del costruito sull’elemento naturale. Lo stretto legame che si instaurò fra villa e paesaggio è testimoniato dalla fitta maglia di percorsi, che attraverso il bosco, collegavano l’Imperiale ad altre due ville roveresche: la Vedetta e la Duchessa. Il giardino dell’imperiale rispettava sin dall’impianto i canoni del giardino rinascimentale. In entrambe le terrazze l’ars toporia primeggiava sul resto; fra le due, era costituita dalla presenza esclusiva di sempreverdi in quella più bassa e di fiori in quella superiore.

Vicende Storiche

Nel 1631 con l’estinzione della famiglia Della Rovere il Ducato di Urbino passa allo Stato pontificio. I beni immobili della famiglia ducale, fra i quali l’imperiale, passano però ai Medici poiché Vittoria della Rovere, ultima della casata, aveva sposato Ferdinando De’ Medici. La villa in questo periodo, come d’ltra parte avviene perché anche per la Vedetta e la Duchessa, subirà un degrado progressivo che proseguirà anche quando alla famiglia dei Medici si succederanno nella proprietà i Lorena. Saranno questi ultimi che in seguito la cederanno alla Camera Apostolica. All’acquisto non seguì un immediato utilizzo dell’immobile visto che solo nel 1763 Clemente XIII Rezzonico, dovendo dare ospitalità a gesuiti spagnoli e portoghesi, penso di utilizzare Villa Imperiale. E’ facilmente immaginabile lo stravolgimento che l’edificio subì dovendo essere sistemato per accogliere i religiosi. E in questo periodo che stucchi, affreschi e decorazioni di vario tipo scompaiono, che vengono murate le altane e che si sopraeleva un piano a livello delle terrazze. A tutto questo va poi aggiunto il tamponamento della sala biabsidata, la costruzione di contrafforti sul prospetto di accesso ai grotteschi nel livello della corte; l’uso dei nicchioni “massenziani” come fienli. Sorte non meno felice ebbe l’adiacente villa Sforza visto che nella sala del Giuramento viene sistemata una coltivazione di bachi da seta. I gesuiti rimasero fino alla fine del XVIII sec. anche se già dal 1777 la famiglia Castelbarco Albani aveva ottenuto la villa in anfiteusi perpetua da Papa Pio VI. E grazie ai lavori avviati dagli Albani a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, che Villa Imperiale riacquista il suo antico splendore. Vennero restaurati gli affreschi della parte storzesca, demolite le superfetazioni costruite dai gesuiti e repristinate le parti che erano andate in rovina. A testimonianza del prospetto principale vicino a quella commisionata al Bembo da Eleonora Gonzaga. L’iscrizione novecentesca dice AEDES MEMORIA INSIGNES AEVO LABENTES IN INTEGRUM RESTITUITAE ANNO MCMIII. Durante la seconda guerra mondiale la villa subì nuove traversie visto che si venne a trovare lungo la direttrice della <<linea gotica>>. Finita la guerra si resero necessari nuovi restauri sia alla parte sforzesca che a quella roveresca che furono condotti dall’ing. Enrico Mochi. Per quanto riguarda gli affreschi ricordiamo che vennero realizzati restauri a cura di del Gabinetto di Restauro di Firenze sotto la sovranità di Giuseppe Marchini.

Il trionfo di Francesco Maria I della Rovere

Decorazioni pittoriche di Villa Imperiale

  • Sala del giuramemto
  • Sala delle cariatidi
  • Sala dei semibusti
  • Sala dello studiolo
  • Sala degli amorini
  • Sala delle fatiche d’Ercole
  • Sala dei fiumi
  • Sala della Calunnia

La decorazione delle otto sale di Villa Imperiale Vecchia del Monte San Bartolo rappresentò uno degli avvenimenti più importanti del manierismo marchigiano: esso fu destinato a diventare un basilare referente culturale, già da contemporanei ritenuto di grande levatura, per tutto il territorio.

In questi ultimi anni la critica ha dedicato diversi saggi allo studio degli affreschi che sono giunti a noi in parte compromessi dalla trascuratezza dei proprietari fino a che, nella seconda metà dell’Ottocento, non furono restaurati ed in parte ridipinti dal pittore pesarese Giuseppe Gennari, dal 1867 insegnante nella Scuola Comunale di Pittura che aveva sede negli stessi locali di Villa Imperiale, dove da poco era stata impiantata da parte del proprietario, il conte Castelbarco Albani, una fabbrica di ceramiche, di cui Gennari era socio.

Si deve al professor Dal Poggetto, che in più occasioni ha studiato gli affreschi della villa, il tentativo di distinguere i singoli interventi degli artisti partendo da indicazioni documentarie e integrandole con una minuziosa lettura dei brani figurativi: in sintesi egli conclude che Genga fu l’ideatore ed il coordinatore dell’impresa e che gli interventi più estesi ed autonomi furono quelli dei ferraresi Dossi e di Raffaellino del Colle, con interventi di minor conto del forlivese Francesco Menzocchi.

Elemento di alto valore è lo stesso filo conduttore che lega le storie l’una all’altra: filo costituito da un programma iconografico sottile e significativo; in effetti come le diverse figurazioni erano state lette singolarmente e finalizzate a tentativi di assegnare una paternità, allo stesso modo erano state considerate nel tentativo di leggerne le simbologie e relative all’epoca.

Diamo inizio alla lettura degli affreschi cominciando dalla prima sala, definita del Giuramento: essa si caratterizza per la straordinaria scenografia che unisce architettura al paesaggio, alle pareti sono finte balaustre che danno su bellissimi paesaggi con angeli che sorreggono pesanti cortine rosse: si tratta della tranquilla veduta del duca Francesco Maria con inserti di fantasia e altri reali; basti citare l’anfiteatro e la stessa Imperiale nuova in costruzione. Il soffitto è interamente occupato dall’episodio del raduno delle truppe a Sermide da dove il duca partì per riconquistare le sue terre; il raccordo tra le pareti e il soffitto è costituito da conchiglie dove sono dipinte lettere che messe assieme recitano: Franciscus Maria dux.

Palese è il riferimento alle esperienze romane di Genga che guarda al Sodoma ed al conterraneo Raffaello.

Nella sala successiva continua il rapporto con la natura costitutiva da giunchi e cariatidi in un “… delizioso insieme di fronde e verzure che veste le cariatidi-Dafni in un paesaggio di assoluto plein air“, mentre nel soffitto è ritratto l’episodio della battaglia di Ginestreto che vide il duca vittorioso; nonostante la vittoria Francesco Maria, per non compromettere ulteriormente i sudditi, se ne torna a Mantova per essere ritratto nella sala successiva, quella dei Semibusti, mentre partecipa all’incoronazione di Carlo V, che vuole chiaramente alludere alla sua.

Anche in questa sala tornano le riprese naturalistiche mentre tra i pilastri e le nicchie sono raffigurati semibusti marmorei dei personaggi antichi: Tutti gli elementi decorativi sono tesi a sottolineare le grandiosità dell’avvenimento: la Vittoria, la Fama, Marte, Amore, Mercurio, e Giove, tipiche dei tempi di pace, le Arti (Pittura e Poesia, scultura e Musica)

Nelle sale dello studiolo, dove c’è la Pace che incindia le armi, degli Amorini, con visioni di pace e generalato di Francesco Maria e delle Fatiche d’Ercole, con la sequenza delle forze di Ercole e Francesco Maria capitano supreno della Repubblica Veneta, vi sono interventi di diversi artisti per cui la assegnazione è difficile distaccarsi.

Nella Sala dei Fiumi, per quanto ridipinta, ci rendiamo conto di essere davanti a prove di Angolo Bronzino che in questa grande sala, forse didicata ai banchetti, porta la sua fiorentità.

L’ultima sala, quella della Calunnia, la conclusione del lungo ciclo; nel soffitto sono riportati gli emblemi astrali del duca; alle pareti le virtù cardinali con la Carità al centro, che occupa maggior spazio delle altre due. Di fronte è raffigurata la Calunnia di Apelle, laddove l’innocente sbeffeggiato e trascinato dal Sopsetto e dall’Ignoranza è infine coronato dalla Fama accanto alla Pace ed all’abbondanza: Francesco Maria può ora consumare la sua esaltazione assoluta.

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